Sentirsi soli in coppia, riconoscere la solitudine prima che diventi una distanza permanente

Ci sono coppie che sono costrette per motivi di lavoro a vivere distanti per lunghi periodi. Ci sono coppie che pur vivendo accanto per tutta la giornata, sono più distanti di loro.

Nei rapporti consolidati, caratterizzati da anni, spesso decenni, di convivenza, può capitare di sentirsi soli, di provare una solitudine che a parole non è facile spiegare se non con il termine “distanza”, che comprende molte situazioni vissute a un livello interiore e invisibile.

La caratteristica di chi si sente solo o sola nella coppia è la sensazione di vuoto. Il legame è svuotato di tutto il suo significato principale: l’altro o l’altra semplicemente non c’è e, anche se c’è fisicamente, non sembra capire di non esserci emotivamente. La distanza è appunto emotiva e in molti casi, uno dei due se ne accorge prima dell’altro.

Nei nostri comportamenti, ciò che non facciamo rivela spesso più di ciò che facciamo. A volte non facciamo le cose, perché ci aspettiamo che l’altra parte non reagirà come ci auspichiamo, e rinunciamo in partenza.

Nella mia pratica clinica non sono poche le coppie che rimangono insieme, pur avendo smarrito ogni motivo reale per farlo.

La quotidianità continua a funzionare, ma il rapporto ha – per così dire – perduto quella funzione di sostegno affettivo ed emotivo, ed esiste solo di fatto.

Chi si sente solo in coppia tende ad avere l’impressione che il partner sia diventato un estraneo, che non capisce, che non si sforza, che non sembra essere presente o allineato.

È il risultato di micro-comportamenti e disallineamenti che si ripetono nel tempo e che giocoforza diventano abitudini.

solitudine coppia

Quando le coppie sono giovani e cercano di costruire “la casa” (nel senso gottmaniano del termine) vivono la progettualità in un crescendo di eccitazione. Fare le cose insieme appaga. Ma se arriva una fase di stanca ed apatia, come conseguenza dei successi raccolti, spesso i partner hanno la sensazione di essere stati dati per scontati.

Come se esserci (come presenza emotiva più che fisica) sia compreso nel pacchetto. Sono certo che in tanti avete avuto, a fasi alterne e in momenti diversi, questa sensazione.

La solitudine va comunque spezzata, non va accettata, perché l’accettazione comporta una calcificazione del processo. Si diventa più soli a furia di abbassare il capo e pensare che non c’è una soluzione. O meglio: si finisce per intravedere solo la soluzione più drastica che è quella che porta dritta alla rottura.

Le coppie che arrivano in crisi da me, quasi sempre in extremis e come ultimo tentativo di trovare la quadra, riscoprono di essere coppia. Diverso è il caso delle coppie che non esistono più se non sulla carta, ma stanno insieme per motivi esterni all’affetto e alla complicità: queste non soffrono per il comportamento altrui, vogliono solo una via di uscita.

Chi si sente solo non lo accetta. Desidera ritrovare la ragion d’essere di stare in coppia.

Segnali da interpretare

La solitudine nella coppia vive di dialoghi ridotti al minimo indispensabile, che riguardano più che altro la routine quotidiana. La comunicazione ruota intorno a informazioni operative sulla casa, sul lavoro, sui figli, sulle visite mediche. Non c’è mai spazio per timori, preoccupazioni, fantasie, desideri e perfino per del sano pettegolezzo (che aiuta a sentirsi più forti).

È tutto così piatto che parlare con un muro non farebbe la differenza.

Ci sono poi segnali che riguardano la qualità della comunicazione, il tono, come viene impostata. Ho già detto più volte che non siamo robot: la nostra comunicazione è un flusso di segnali che vengono interpretati secondo il codice di chi ci ascolta.

La conversazione – oltre che diminuita di volume – è sterile. Non c’è emotività o peso. Prevale un tono difensivo, ironico o sarcastico, spesso contraddistinto da una battuta che trasmette rassegnazione (“tanto…”).

Le divergenze non vengono mai affrontate. Anzi, questo rimandare continuo innalza il muro di incomprensione. Il conflitto diventa più raro, la coppia non litiga, ma il confronto è rigido, calcificato appunto, perché manca il tessuto della fiducia che tiene insieme il rapporto.

Soprattutto manca la curiosità reciproca. Chi si sente solo avverte una snervante indifferenza. Non ci si sente mai chiedere come va, cosa ne pensi, come faresti al mio posto, cosa pensi di fare nel prossimo futuro. Ed è grave questo, perché la vita insieme regala molte occasioni di darsi supporto (basti pensare alle vicende della famiglia allargata, dei genitori che invecchiano…).

Il punto di non ritorno (nel quale l’extrema ratio è rivolgersi allo psicoterapeuta di coppia) è la solitudine istituzionalizzata, come parte integrante, se non la più significativa, del rapporto.

Si comincia a pensare che tutte le coppie dopo anni diventano così, che è normale, che magari non gli / le piaci più. A un livello esteriore manca il contatto: l’intimità sessuale è ridotta ai minimi termini, non c’è mai iniziativa, le attenzioni non ci sono più.

Si accetta anche che ogni tipo di confronto sia destinato a produrre stanchezza mentale e frustrazione. C’è quindi una tendenza a polarizzare il comportamento: da un lato verso una sorta di ritiro personale, dall’altro verso una sovracompensazione con l’attivazione di relazioni esterne. La coppia non è più la casa né il luogo privilegiato di sostegno.

Lo penso sempre: intervenire prima aiuterebbe. Le coppie devono o cominciare a parlarsi oppure rivolgersi al terapeuta prima di questa fase. Nella mia pratica lo vedo: l’obbiettivo non è mai quello di “riaccendere la passione” (la perdita della sessualità è una conseguenza), ma di offrire un contenitore di confronto.

Non è facile, ma da lì bisogna ripartire.

Negli anni ho lavorato tanto con coppie nelle quali uno o entrambi si sentivano soli. Le ho aiutate a ritrovare il senso di una presenza reciproca, con un percorso di ricostruzione della propria appartenenza. Con calma, riattivando il confronto e la voglia di sentirsi insieme, come un valore aggiunto superiore alla somma della parti.

marco giacobbi

Marco Giacobbi

Psicologo, Psicoterapeuta Metodo Gottman

Da quasi 20 anni mi dedico esclusivamente alla soluzione dei problemi delle coppie in crisi, sia online, sia in studio a Brescia e Asola (MN). Sono anche ricercatore presso l'Università di Basilea.

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